L’UCID E LA SUA MISSIONE:
LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA
(Fidenza, 20 Febbraio 2020)

Permessa
L’incontro di questa sera è mosso dal desiderio di tornare alle origini; d’andare a riscoprire la più autentica identità e missione dell’UCID. Vorrei fare questo percorso in vostra compagnia; non da semplice osservatore esterno, ma come soggetto direttamente chiamato in causa perché, come sapete, da quest’anno il Vescovo Ovidio mi ha chiesto di essere il vostro nuovo assistente spirituale: gli sono perciò profondamente grato per la fiducia che mi ha voluto accordare. Prima di me e per ben vent’anni, siete stati seguiti da don Luigi Guglielmoni, mio caro e stimato confratello: a lui credo debba andare il mio e vostro ringraziamento per quanto ha fatto per l’UCID. Per quanto mi riguarda, dopo aver ricevuto il testimone da don Luigi, posso solo dire di essere entusiasta di iniziare con voi il tratto di cammino che la Divina Provvidenza ci consentirà di fare insieme. Don Luigi, fino ad ora; io, adesso; domani, chissà chi (Dio solo lo sa). Una cosa è certa: cambiano i musicisti, ma la canzone del Vangelo resta sempre la stessa e deve essere cantata dal coro all’unisono! Vi chiedo umilmente un piacere: sostenetemi col vostro affetto e con la vostra preghiera! E io farò altrettanto per voi! Con una certezza: “tutto posso in Colui che mi da forza!” (Fil 4, 13). Soltanto se sapremo essere “un cuor solo e un’anima sola”, potremo dare il nostro attivo contributo nel debellare le cosiddette “strutture di peccato” – le quali spingono gli uomini a peccare per vivere dentro di esse – e trasformarle in “strutture di grazia e di misericordia”.

Conditio sine qua non: l’appartenenza alla Chiesa cattolica
Abbiamo bisogno di tornare alle fonti: per quanto la nostra sequela di Gesù sia intensa e appassionata, potremmo essere incappati in un qualche momento di crisi oppure, pur non avendo vissuto situazioni particolarmente angoscianti, aver perso lo slancio e le motivazioni di un tempo. Il mio auspicio, quindi, è che, quanto dirò tra breve potrà aiutarci a fare un sereno esame di coscienza – personale e comunitario – per veder poi rafforzato, in seguito, il nostro senso di appartenenza all’UCID e la nostra disponibilità a metterci al suo servizio. Ciò spiega, allora, perché abbia scelto proprio questo titolo per la relazione che ascolterete tra breve: L’UCID E LA SUA MISSIONE: LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA. La Dottrina Sociale della Chiesa costituisce l”anima” dell’UCID, così come le norme della Chiesa che ne trattano, sono il suo “corpo”. Un’anima senza un corpo, non esiste, mentre un corpo senz’anima, è un cadavere. Ecco perché, prima ancora di parlare della Dottrina Sociale della Chiesa, credo sia giusto capire cosa rappresenti l’UCID da un punto di vista giuridico (soprattutto canonico). Cosa è l’UCID? Come si configura giuridicamente? Gli strumenti più idonei per dare una qualche risposta a tali quesiti sono le norme (dette anche “canoni”) presenti nel Codice di Diritto Canonico, le norme di legge e lo Statuto Nazionale dell’UCID, fonte d’ispirazione anche per la redazione dei vari Statuti Diocesani. E, andando ancora più “a monte”: qual è il panorama all’interno del quale l’UCID è stata pensata, creata ed opera tuttora? La Chiesa cattolica. Il primo irrinunciabile fondamento per vivere pienamente l’adesione all’UCID è la propria appartenenza alla Chiesa cattolica (in base al cosiddetto criterio dell’ecclesialità). Il n. 30 dell’Esortazione apostolica Christifideles laici di Giovanni Paolo II, declina poi questa terminologia “al plurale”, parlando di criteri d’ecclesialità. Cosa sono? Si tratta di quei criteri che devono essere fatti propri da qualsiasi associazione e movimento laicale intenzionato a situarsi all’interno della Chiesa cattolica. Il documento ne enumera cinque:

il primato della vocazione di ogni cristiano alla santità;
la confessione di tutta la fede cattolica;
la comunione col Vescovo e con tutte le altre realtà ecclesiali;
la conformità e la partecipazione al fine apostolico della Chiesa;
l’impegno ad essere presenti, come “sale” e “lievito”, nella realtà umana.

Da quanto appreso, l’UCID non deve essere, principalmente, un mezzo volto a far accrescere la propria visibilità e il proprio prestigio personale, ma un canale privilegiato per tendere alla santità mediante la propria professione imprenditoriale o dirigenziale. Ciò impone al socio UCID di impegnarsi attivamente all’interno dell’associazione, per essere realmente “sale” e “lievito” nella realtà umana: prima ancora di pensare a quali attività porre in essere, diventa per tutti prioritario aiutarci, vicendevolmente, a forgiarci di un habitus cristiano di presenza e partecipazione. Difatti, proprio perché l’UCID è un’associazione della, nella e per la Chiesa, chi ne fa parte è tenuto a professare tutta la fede cattolica: sia con le labbra, sia, soprattutto, con la propria vita. L’UCID non è la manifestazione della sensibilità di un qualche leader carismatico, né di un qualche gruppo di consociati amici tra loro, ma un organismo ecclesiale volto a realizzare le finalità proprie della Chiesa. Quali sono questi fini? Un primo indizio lo troviamo nel can. 298, il primo 14 canoni del Codice di Diritto Canonico, nei quali si precisano alcune norme comuni a tutte le associazioni di fedeli, siano esse pubbliche o private:

§1. Nella Chiesa vi sono associazioni, distinte dagli istituti di vita consacrata e dalle società di vita apostolica, in cui i fedeli, sia chierici, sia laici, sia chierici e laici insieme, tendono, mediante l’azione comune, all’incremento di una vita più perfetta, o alla promozione del culto pubblico o della dottrina cristiana, o ad altre opere di apostolato, quali sono iniziative di evangelizzazione, esercizio di opere di pietà o di carità, animazione dell’ordine temporale mediante lo spirito cristiano.
§2. I fedeli diano la propria adesione soprattutto alle associazioni o erette o lodate o raccomandate dall’autorità ecclesiastica competente.

Soffermandoci alla sola realtà diocesana, appare lampante questo dato: l’UCID non può esistere, né svolgere appieno il proprio mandato, senza vivere costantemente in comunione col Vescovo diocesano e con tutte le altre realtà ecclesiali a lui soggette. Certamente, nel caso peculiare dell’UCID, non si è in presenza d’un’associazione pubblica di fedeli: se così fosse, il suo legame di dipendenza dall’autorità ecclesiastica competente (di cui al can. 312) sarebbe ancora più stretto, giacché spetta proprio alla medesima erigere, tramite apposito decreto, le associazioni pubbliche e costituirle quali persone giuridiche. Il motivo è chiaro: essendo create dalla Chiesa e in nome della Chiesa, le associazioni pubbliche di fedeli devono perseguire direttamente le finalità proprie della Chiesa. A tenore del sovra menzionato can. 312, le autorità ecclesiastiche competenti variano in base al territorio nel quale le associazioni pubbliche agiscono: la Sede Apostolica (a livello internazionale), la Conferenza Episcopale (a livello nazionale), il Vescovo diocesano (a livello locale) . Sotto questo profilo, le associazioni private – e l’UCID è tra queste – godono di una maggiore libertà di manovra, in quanto espressioni dell’autonomia privata. Più in generale: il legame d’ogni associazione privata di fedeli con le autorità ecclesiastiche (le stesse di cui al can. 312) è si più tenue, ma non per questo eliminato tout court; maggiore autonomia, infatti, non potrà mai coincidere con l’autoreferenzialità: la ricerca della comunione nella Chiesa, attraverso quella con l’autorità ecclesiastica competente, impone dunque all’associazione di non rivendicare in alcun modo un’autonomia assoluta, a prescindere cioè dalla partecipazione al fine apostolico della Chiesa. In Diocesi, l’approvazione degli Statuti dell’associazione privata di fedeli è di competenza del Vescovo diocesano, così come pure il conferimento, alla medesima, di una possibile personalità giuridica con formale decreto. Spetta ancora al Vescovo diocesano governare l’associazione e vigilare affinché i suoi beni siano effettivamente utilizzati per il perseguimento delle finalità associative (e, più in generale, della Chiesa). Infine, pur nel rispetto di una legittima autonomia da riconoscere alle associazioni private (di cui al can. 321), spetta ancora al Vescovo diocesano vigilare affinché si eviti la dispersione delle forze e ordinare al bene comune l’esercizio del loro apostolato.

La vocazione/missione dell’UCID
L’UCID (acronimo di Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti) è un’associazione privata di fedeli, senza finalità di lucro, costituita ufficialmente il 31 Gennaio 1947. Sin da quando nacque, per volontà del Card. Siri (e con l’ausilio determinante di alcuni illuminati imprenditori e dirigenti cattolici), l’UCID si impegnò nella ricostruzione culturale, economica e sociale di un tessuto (quello italiano), uscito distrutto dalle vicende della Seconda Guerra Mondiale (1939 – 1945). Per fare tutto ciò, non potevano bastare lo slancio e l’entusiasmo del momento: affinché l’associazione potesse raggiungere e verificare, nel tempo, i propri scopi, occorreva redigere e far approvare uno Statuto Nazionale. Ovviamente, di tanto in tanto, questo Statuto avrebbe avuto bisogno di una revisione – come è in corso tuttora -, senza perdere però né il suo spirito originario, né i principi e i valori irrinunciabili su cui si fonda. Sono questi, infatti, ad aver permesso all’UCID di contribuire, in questi decenni, alla crescita del Paese: anche con proposte di leggi cristianamente ispirate. Per essere fedeli pertanto allo Statuto attualmente in vigore (e, in particolare, allo spirito che lo sostiene), è giusto chiederci: quali sono le finalità proprie dell’UCID? L’art. 5 ne indica quattro:

La UCID – UNIONE CRISTIANA IMPRENDITORI DIRIGENTI è costituita per promuovere e far progredire nella società:

a) la formazione cristiana dei suoi iscritti e lo sviluppo di una alta moralità professionale alla luce dei principi cristiani e della morale cattolica;
b) la conoscenza, l’attuazione e la diffusione della Dottrina Sociale della Chiesa;
c) lo studio e l’attuazione di iniziative volte a conformare le loro opere ed attività ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa e ad assicurare un’efficace ed equa collaborazione fra i soggetti dell’impresa, ponendo la persona al centro dell’attività economica, favorendo la solidarietà contro ogni discriminazione e sviluppando la sussidiarietà.
d) la testimonianza cristiana dei Soci con le loro opere nelle Imprese, nelle organizzazioni, nel contesto sociale.

Il trait d’union tra queste quattro finalità associative è senz’alcun dubbio la Dottrina Sociale della Chiesa. Mio intento, in questa sede, è abbozzare, in primis, una definizione – certamente non l’unica – di Dottrina Sociale della Chiesa e provare ad inquadrare la materia sotto il profilo del metodo. In secundis, vorrei presentare, seppur per sommi capi, un tracciato storico della Dottrina Sociale della Chiesa alla luce della tensione esistente fra i suoi principi e valori guida – vere e proprie bussole per orientare il cammino dei cattolici lungo la storia – e la loro effettiva concretizzazione storica. In tertiis, sarebbe istruttivo avviare un dibattito conclusivo per capire come tali insegnamenti possano essere di stimolo, soprattutto per quanto attiene allo svolgimento delle attività imprenditoriali e dirigenziali.

Definizione
Una pietra miliare per la comprensione della Dottrina Sociale della Chiesa e di quale sia l’ambito alla quale essa appartenga è il n. 41 della Lettera enciclica Sollicitudo Rei Socialis di Giovanni Paolo II:

La dottrina sociale della Chiesa non è una «terza via» tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa costituisce una categoria a sé. Non è neppure un’ideologia, ma l’accurata formulazione dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò, non al campo dell’ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale.

L’aggettivo “Morale”, aggiunto al sostantivo “Teologia”, indica una particolare disciplina nell’ambito del sapere teologico. Al pari di ogni branca della teologia, anche la Teologia Morale è chiamata a rendere la propria esposizione scientifica più nutrita della dottrina della Sacra Scrittura, cosicché essa possa rinnovarsi di continuo, per mezzo di un contatto più vivo col mistero di Cristo e con la storia della salvezza. Qual è il suo ambito d’indagine? Di cosa si occupa la Teologia Morale? Il suo compito peculiare è “illustrare la grandezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di apportare frutto nella carità per la vita del mondo”.

Metodo
Sostenere la Dottrina Sociale della Chiesa come fortemente imparentata con la Teologia, – e più precisamente, con la Teologia Morale – significa che entrambe sono da intendersi come saperi organicamente strutturati, la cui fonte è la Sacra Scrittura. L’ovvia conseguenza, pare essere questa: la Dottrina Sociale della Chiesa è strettamente legata sia al Mistero dell’Incarnazione, sia all’evangelizzazione: non è un caso se Papa Wojtyla, in un intervista a lui rivolta quand’era ancora Arcivescovo di Cracovia, abbia parlato del “carattere trascendente di questa dottrina”. Poste tali permesse, la Bibbia – e di riflesso, la Dottrina Sociale della Chiesa -, non sono prontuari di regole studiate “a tavolino”, con risposte preconfezionate, da applicare in modo asettico o acritico alle varie situazioni poste di volta in volta al vaglio del teologo morale: se così, fosse, rischierebbero di presentare un’immagine troppo riduttiva e stereotipata di se stesse.
Volendo semplificare: sarebbe ideologico sostenere che, siccome, il Libro della Genesi parla della creazione dell’universo (da parte di Dio), saremmo in presenza di un trattato di ecologia. E’ molto più rispettoso invece annoverare il Libro della Genesi fra i testi ispirati, cosicché – illuminato dalla sapienza divina – chiunque lo legga, preghi e mediti, possa scorgervi dapprima, una teologia della Creazione e, in seguito, vi possa ricavare preziose indicazioni per provvedere ad una più matura e condivisa salvaguardia del creato, giacché l’uomo non ne è il proprietario, ma l’amministratore e, di conseguenza, deve renderne conto a Dio. Su questo punto, la Sollicitudo Rei Socialis è irremovibile: la Dottrina Sociale della Chiesa non è un’ideologia e non deve, per tali ragioni, essere strumentalizzata.
Diversamente dall’ideologia, infatti, la rivelazione – di Cristo e del Destino dell’uomo, giunta alla nostra conoscenza tramite la mediazione dei sacri testi – è Parola rivelata: di Dio e per l’uomo; soprannaturale – quanto all’origine – e, al tempo stesso, da incarnare hic et nunc nell’oggi della storia. Sotto questa prospettiva, quelle della Dottrina Sociale della Chiesa non sono “risposte chiuse”, ma “domande aperte”, dalle quali è opportuno lasciarsi interpellare. Occorre far ricorso ad una ragione illuminata dalla fede; compito, questo, spettante non solo ai teologi, ma alla comunità cristiana, nel suo complesso. Servendosi di queste due ali (la fede e la ragione), “con le quali lo Spirito Umano si innalza verso la contemplazione della verità”, la Dottrina Sociale della Chiesa traccia indicazioni (non meramente esortative, ma prescrittive) cosicché – chiunque chi vi presterà obbedienza, non si smarrirà, ma aiuterà anzi, col loro ausilio, a dar corpo ad un nuovo Umanesimo e alla realizzazione di un progetto di vita buona in comune. Come afferma acutamente Giuseppe Colombo, noto teologo milanese, “la Dottrina Sociale della Chiesa deve dire come il cristiano deve essere cristiano nella società storica; ovviamente non da spettatore, ma da costruttore”.
Si tratta pertanto di chiederci, come cristiani: cosa possiamo fare, secondo il già citato criterio dell’ecclesialità – per vivere questi insegnamenti oggi? Questo avverbio non è un banale elemento di contorno, ma la conferma di come il principio della storicità debba assumere, nella vita quotidiana dei credenti, un ruolo sempre più preponderante. Il Vangelo di Gesù Cristo è il medesimo e l’uomo, nella sua dimensione creaturale, anche; eppure, non sono affatto paragonabili – in tutti i loro risvolti, negativi e positivi – le vite degli uomini al tempo dell’Impero Romano, con quelle all’epoca del Rinascimento o ancora, con quelle degli uomini e delle donne del 21° secolo. L’invito alla conversione a Cristo è sempre di attualità: mutano però i periodi, gli eventi e le sfide da affrontare. Secondo questa visione, il perenne confronto con le varie epoche, non solo non svilisce la potenza del Vangelo – la quale è sempiterna – ma permette, al contrario, a chi si pone in ascolto dei “segni dei tempi”, di cogliere di volta in volta aspetti sempre nuovi e d’arricchire, di tassello in tassello, la propria comprensione delle Scritture. Fatte le debite differenze, qualcosa d’analogo avviene per la Dottrina Sociale della Chiesa, la quale deve essere accolta nella sua costitutiva polarità tra principi e valori fondanti, da una parte e la loro incarnazione storica, dall’altra. Per capirci meglio: se la intendiamo come corpus dottrinale organico, sviluppatosi attraverso il Magistero dei Romani Pontefici e dei Vescovi in comunione con essi, la Dottrina Sociale della Chiesa prese ufficialmente avvio nel 1891, con la Lettera enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII sebbene, evidentemente,

la sollecitudine sociale non abbia avuto certamente inizio con tale documento, perché la Chiesa non si è mai disinteressata della società; non di meno, l’enciclica “Rerum novarum” dà avvio a un nuovo cammino; innestandosi su una tradizione plurisecolare, essa segna un nuovo inizio e un sostanziale sviluppo dell’insegnamento in campo sociale”.

Con quale scopo fu redatto questo documento? Per dare una risposta cristiana – res novae, appunto – alla prima grave questione operaia, suscitata dalla tensione fra capitale e lavoro e affrontata in modo opposto da marxisti e liberisti, ciascuno secondo i propri paradigmi antropologici e societari. Come affrontò la Rerum novarum una sfida così affascinante e gravosa nel contempo? Studiando il problema e ricercando soluzioni, con l’ausilio di principi e valori saldamente radicati nella Sacra Scrittura, oltre che sulla legge e morale naturale. Più precisamente, il documento sollecitò l’instaurazione di un ordine sociale improntato sulla giustizia, nella carità. Come? Proponendo una visione cattolica del lavoro, del diritto di proprietà, del principio della collaborazione – anziché di quello marxista della lotta di classe -, fissando doveri per i ricchi e ribadendo il riconoscimento del diritto dei deboli e della dignità dei poveri. Ad oltre un secolo di distanza dalla Rerum novarum, questi insegnamenti, hanno forse perso la loro autorevolezza? No di certo! Sono piuttosto incredibilmente attuali! Cosa è cambiato? Non i principi, né i valori, ma il quadro (storico, culturale, sociale ed economico) di riferimento. Il già citato rapporto tra capitale e lavoro ha assunto, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, una dimensione planetaria; gli Stati nazionali hanno visto ridotta, in parte, la propria sovranità nazionale e, come contro altare, assistito alla crescita di prestigio d’alcuni organismi sovra nazionali (basati pensare, nel nostro Continente, alla Comunità Europea o alla Banca Centrale Europea); il ruolo della finanza è divenuto via via più ingombrante, giungendo ad allargare ulteriormente lo iato tra ricchi e poveri. Da ultimi, ma non certo per importanza, vi sono gli spinosi temi dell’ambiente e della custodia del creato, sui quali il dibattito politico si è fatto, negli ultimi decenni, senza sosta, fino ad essere al centro dell’odierna attenzione mediatica. Sul versante ecclesiale, la Chiesa cattolica ha colto pienamente quest’urgenza, tant’è che, nel 2015, Papa Francesco, vi dedicò addirittura una Lettera enciclica, la celebre Laudato sì, dalla cui pagine é possibile cogliere un forte sprone al rinnovamento, inteso quale frutto di una vera conversione del cuore e degli orizzonti. Questo accorato appello del Papa interessa indubbiamente le relazioni dei battezzati col creato, ma anche quella, più generale, coi membri dell’intera famiglia umana:

E’ sempre possibile sviluppare una nuova capacità di uscire da sé stessi verso l’altro. Senza di essa non si riconoscono le altre creature nel loro valore proprio, non interessa prendersi cura di qualcosa a vantaggio degli altri, manca la capacità di porsi dei limiti per evitare la sofferenza o il degrado di ciò che ci circonda. L’atteggiamento fondamentale di auto-trascendersi, infrangendo la coscienza isolata e l’autoreferenzialità, è la radice che rende possibile ogni cura per gli altri e per l’ambiente, e fa scaturire la reazione morale di considerare l’impatto provocato da ogni azione e da ogni decisione personale al di fuori di sé. Quando siamo capaci di superare l’individualismo, si può effettivamente produrre uno stile di vita alternativo e diventa possibile un cambiamento rilevante nella società.

Principi, valori e ambiti
Siccome la fonte prima della Dottrina Sociale della Chiesa – quale espressione della Teologia Morale e del Magistero ecclesiale – è la Sacra Scrittura e che l’orizzonte antropologico di riferimento è quello della antropologia teologica, di stampo personalista (per la quale ogni essere umano è ad immagine e somiglianza di Dio), quali sono i principi – o, detto altrimenti, gli assi portanti – del suo patrimonio dottrinale? Tra questi rientrano senz’ombra di dubbio:

i diritti umani, quelli cioè inalienabili, perché strettamente correlati alla dignità umana da riconoscere a ciascun essere umano;
il bene comune, da non intendersi come mera somma di singoli interessi individuali, bensì “quale insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività, sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente”,
la proprietà privata, da armonizzare con il principio della destinazione universale dei beni;
la sussidiarietà, da intendersi quale protezione delle persone dagli abusi delle istanze sociali superiori ed appello, a queste ultime, affinché aiutino i singoli individui e i corpi intermedi a sviluppare i propri compiti;
la partecipazione – conseguenza della sussidiarietà – quale dovere incombente su tutti e ciascuno, da esercitare in modo consapevole e responsabile, in vista del bene comune;
la solidarietà, quale segno visibile della costitutiva socialità della persona umana, dell’uguaglianza, per tutti, in dignità e diritti e del comune cammino di uomini e popoli verso l’unità.

Fondamentale è la relazione a doppio filo tra questi principi e i valori a sostegno della Dottrina della Sociale Chiesa: la verità, la libertà e la giustizia, alla quale si deve accompagnare – per quest’ultima – anche l’esercizio della corrispondente virtù cardinale. Quali sono gli ambiti nei quali la Dottrina Sociale della Chiesa – grazie anche a questi principi e valori – è chiamata ad agire per dare il proprio originale contributo alla trasformazione cristiana della società? Qualsiasi contesto, situazione ed istituzione nelle quali gli esseri umani sono implicati: dalla famiglia (intesa quale autentica cellula vitale di ogni società) al lavoro umano; dalla vita economica alla comunità, politica e religiosa; dalla comunità internazionale, alla salvaguardia dell’ambiente e alla promozione della pace, col conseguente ripudio della guerra. Il giorno stesso del proprio insediamento come neo Presidente Nazionale UCID, Gian Luca Galletti ha fatto, rivolgendosi ai convenuti, questa acuta considerazione: purtroppo (e in modo del tutto paradossale), l’espansione della globalizzazione é andata di pari passo con una crescente disgregazione delle relazioni. A livello economico, questo andamento ha messo in atto quel preoccupante fenomeno chiamato “diseconomia”. Sulla scorta degli insegnamenti – ancora attuali – della Rerum Novaum, non possiamo proporre oggi, con tono nostalgico, il ritorno ad uno Stato statalista (di matrice socialista), né quello ad uno Stato neo liberista. La soluzione potrebbe essere quella di uno “Stato limitato”; uno Stato cioè chiamato ad intervenire – anche con fermezza, se è necessario – ma solo su pochi e specifici campi; in tal modo, verrebbero valorizzati i cosiddetti corpi intermedi, in applicazione del già citato principio di sussidiarietà. Come è possibile tradurre queste indicazioni nella vita quotidiana dell’imprenditore e dirigente cattolico? Con il passaggio da una responsabilità sociale d’impresa ad una responsabilità civile d’impresa. Suggerito da una felice intuizione dell’economista Stefano Zamagni, questo nuovo paradigma presuppone e sollecita un vero e proprio salto di qualità, in vista del bene comune: se, fino ad ora, molti imprenditori hanno contribuito al perseguimento del bene della collettività finanziando la costruzione di un ospedale o rinunciando definitivamente all’emissione di CO2, da ora in poi sarà loro chiesto di interagire non solo con lo Stato e col mercato, ma anche con la società civile e con l’ambiente, cosicché – se vorranno fare interventi davvero mirati e destinati a lasciare segni tangibili, anche per i posteri – dovranno prima entrare in dialogo col territorio e con i suoi reali bisogni. Agire in questo modo ricorda agli imprenditori e ai dirigenti UCID di non dover obbedire alle sole logiche di mercato; di non pensare soltanto al loro profitto personale, ma anche al bene dei loro dipendenti, delle loro rispettive famiglie e, allargando la visuale, di tutta la società. Tra gli obiettivi, il principale dovrebbe essere quello di far maturare (nella coscienza di ogni imprenditore e dirigente UCID) la visone di un orizzonte veramente cattolico – cioè non settoriale, ma secondo il tutto -, affinché ciascuno possa poi comportarsi di conseguenza. Sono questi, a mio avviso, gli scenari a cui dovremmo ispirarci – a partire dalla fede in Gesù Cristo morto e risorto – per concorrere ad edificare un’autentica civiltà dell’amore. Non ci si deve preoccupare di fare cose eclatanti: basterebbe iniziare, nel quotidiano, dalle piccole cose: dal versamento della quota annuale, all’adempimento degli altri doveri associativi. Estendendo, inoltre, per cerchi concentrici, il proprio graduale impegno verso l’esterno (Papa Francesco, direbbe, verso le e periferie) – da casa propria e dalla propria azienda, all’UCID; dall’UCID alla Diocesi, al territorio e alle loro urgenze; dalla Diocesi e dal territorio, fino agli estremi confini della terra – ogni socio UCID può garantire, in modo silenzioso ma solerte, un crescendo virtuoso nell’annuncio e nella testimonianza della propria fede. Il Mistero del Dio fatto uomo deve essere per noi, un invito a tenere sempre i piedi ben radicati per terra, mantenendo però lo sguardo fermamente rivolto verso il Cielo. D’altronde, è proprio questo a dover caratterizzare ogni discepolo di Gesù Cristo: l’amore per Dio, unitamente a quello per l’uomo. Per essere più espliciti: amore, per ogni essere umano, senza distinzione alcuna. In occasione del suo Discorso ai partecipanti al Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, tenutosi l’anno scorso (2019) a Verona – e organizzato dal compianto don Adriano Vincenzi, Assistente Nazionale UCID, da poco scomparso -, Papa Francesco ha ribadito questi concetti con una frase talmente chiara da non lasciar spazio ad alcun dubbio di carattere interpretativo: “per risolvere i problemi – ha sentenziato il Papa – non servono grandi manager, ma restare uniti nell’impegno di non cedere all’indifferenza”. Come a dire: prima ancora di un qualsiasi progetto o strategia aziendale, a dover cambiare devono essere il cuore e gli atteggiamenti.
Conclusione
Non è più consentito immaginare un’esistenza al cui centro vi sia il proprio benessere personale o l’interesse di pochi. Nella collettività sta crescendo in misura sempre più capillare – e anche di questo, si deve rendere lode a Dio – la consapevolezza di abitare tutti in una medesima casa comune e di essere destinatari – piaccia o no – di uno stesso Destino: nessuno può salvarsi da solo perché, insieme, o ci si salva o si affonda! I continui e sempre più repentini cambiamenti globali, di cui siamo al tempo stesso osservatori ed agenti, ci impongono, come cattolici, di porci in ascolto dello Spirito Santo, perennemente all’opera nella vita della Chiesa, affinché ci sostenga nel dare visibilità agli insegnamenti del Magistero: anche in materia di dottrina sociale. L’UCID, in particolare, ha proprio questa responsabilità tra i suoi stessi tratti distintivi, motivo per cui, se si vuole essere suoi soci, non si può non sposare pienamente questa causa: specialmente, nell’esercizio della propria professione imprenditoriale o dirigenziale. Si tratta di uno sforzo da affrontare, camminando uniti nella stessa direzione: a questo allude la parola greca “sinodo”, utilizzata in diverse occasioni da Papa Francesco, per indicare quale debba essere lo stile dei cristiani fra le genti. Al pari di ogni essere umano, anche noi non possediamo, in anticipo, le soluzioni per ogni problema; abbiamo però, grazie alle Scritture, alla Tradizione e al Magistero della Chiesa, i mezzi per cercarle e promuoverle. Guai, perciò, alla paura del futuro e a pericolose forme di immobilismo (“si è sempre fatto così!”). Seguendo la scia della Parola di Dio e della Dottrina Sociale della Chiesa, è giusto semmai andare incontro al domani, mossi da sentimenti di profonda e fondata speranza. Se dovessimo trovare un motto per dare nuova linfa vitale al nostro impegno per lo studio, la divulgazione e soprattutto la realizzazione di quanto ci insegna la Dottrina Sociale della Chiesa, potremmo, forse, proporre questo: spalancati al futuro, nella memoria grata del passato. In questa prospettiva, la Dottrina Sociale della Chiesa – e non senza la nostra collaborazione – è destinata a perfezionarsi e a progredire: per il bene dell’uomo e dei popoli. Termino con questo splendido pensiero del Card. Newman perché ci aiuta a far sintesi su quanto ci siamo detti e ci ricorda come all’inizio, durante e al termine di ogni nostra attività ci debba essere sempre e soltanto Dio e il Dio di Gesù Cristo. E’ questo l’essenziale e davvero necessario, al quale non dovremmo mai rinunciare:

Qui sulla terra vivere è cambiare, e la perfezione è il risultato di molte trasformazioni (…). Non si tratta ovviamente di cercare il cambiamento per il cambiamento, oppure di seguire le mode, ma di avere la convinzione che lo sviluppo e la crescita sono la caratteristica della vita terrena e umana, mentre, nella prospettiva del credente, al centro di tutto c’è la stabilità di Dio.
Don Alessandro Frati