Come vivere la quaresima in tempo di coronavirus

Un bacio, un abbraccio, una stretta di mano: gesti semplici, ordinari, ma anche potenti per il loro altissimo valore simbolico. In base al destinatario (e al grado di coinvolgimento emotivo con l’interessato/a di turno), questi “tocchi” possono essere caldi e appassionati, oppure freddi e di circostanza. Comunque vada, ciascuno di essi racconta la nostra umanità e il nostro insopprimibile bisogno di relazione con l’altro (iniziando, come è giusto, dall’Altro, con la “A” maiuscola).
Anche con Dio, infatti, vorremmo fare altrettanto: benché, in effetti, non possiamo farne a meno, non può esserci sufficiente una fede puramente razionale! Nel rapporto col Signore aneliamo a coinvolgere tutta la nostra corporeità, mediante ciascuno dei cinque sensi, da purificare di continuo, con la preghiera. Lungi dall’essere unicamente una “pura materia”, il nostro corpo è in realtà “tempio dello Spirito Santo” e, di conseguenza, ciascun senso dovrebbe suonare all’unisono con i restanti per innalzare all’Altissimo la dolce e soave melodia della santità, a lode della Sua Gloria. Il primo posto lo riserverei, anzitutto, all’udito (perché la fede nasce dall’ascolto) e continuerei con la vista (chi non vorrebbe vedere Dio “faccia a faccia”?), l’olfatto (ad es. il profumo dell’incenso), il gusto (di ricevere il corpo e il sangue del Signore) e, da ultimo, il tatto. Per quest’ultimo, il pensiero corre al mantello di Cristo toccato dall’emorroissa; alla richiesta, da parte di Tommaso, di “toccare con mano” il Signore dopo che questi, otto giorni prima (assente Tommaso) apparve agli undici: tale, domanda, per Tommaso, fu dettata non da puerile curiosità, ma dall’intento di (ri)confermare, con fermezza, la propria fede nel Cristo morto e Risorto.
Quanto all’importanza del tatto per la fede, si pensi, poi, all’incredibile potere taumaturgico – fino a scadere, talvolta, in insidiose forme di magia, superstizione e devozionalissimo – attribuito, nella Storia della Chiesa, alle reliquie dei santi e alla smania del popolo di toccarle, pur di godere dei loro indubitabili benefici.
In tempi di Covid 19 – meglio conosciuto con il nome di Coronavirus – siamo chiamati ad astenerci dai contatti fisici: si consiglia, anzi, di restare, dal proprio vicino, ad almeno un metro di distanza. A risentirne, ad ogni livello, è chiaramente la socializzazione: chiusi i bar, i ristoranti, le palestre, i cinema, gli stadi (…); persino le chiese – pur restando aperte per preghiere e devozioni personali – devono fare i conti con la sospensione delle celebrazioni e di ogni altra forma di aggregazione: fosse anche per la recita di un rosario. Questa “quarantena forzata” – vissuta in particolar modo da chi ha contratto il Coronavirus o ha incontrato persone affette da tale patologia – sta accadendo, di fatto, in un tempo liturgico particolarmente prezioso per la Chiesa: la Quaresima. I quaranta giorni che la caratterizzano, precedono la Pasqua del Signore e preparano spiritualmente ad essa. Inaugurata dalla Messa nella quale si svolge il celebre rito delle Ceneri (nel Mercoledì detto, per l’appunto, “delle Ceneri”), la Quaresima si regge su tre grandi pilastri, grazie ai quali è possibile convertire ancor più a Cristo (e al prossimo) il proprio cuore: il digiuno (dai peccati, in particolare), la preghiera e la carità. Appurato che il presente malessere non sia in alcun modo ascrivibile a Dio – quasi che Dio ci infligga il Coronavirus per punirci dei nostri peccati (pensarlo è da stolti!) – questo può diventare, paradossalmente, occasione privilegiata affinché, finalmente, si ritorni a Dio e lo si faccia non solo come singoli cristiani, ma come comunità della nuova ed eterna alleanza. Proviamo a leggere, in sinossi, le frasi (altrimenti, in alternativa) pronunciate dal sacerdote ai fedeli, quando, il Mercoledì delle Ceneri, impone loro le ceneri sul capo. La prima é: “Ricordati che sei polvere e che polvere ritornerai”. Come a dire: “rinuncia, per favore ai tuoi deliri di onnipotenza, se ne hai! China il capo a Dio e a Lui solo rendi culto! Abbandonati totalmente a Lui, senza riserve, con amore, nella preghiera! Affidagli non soltanto i tuoi sogni e le tue aspirazioni individuali, ma le sorti dell’intero genere umano, con particolare riguardo a chi, nel corpo e/o nello spirito, è segnato da piaghe lancinanti e dolori indicibili!
Se dunque dobbiamo attenzionarci affinché non si propaghi, fra la gente, il contagio delle malattie – il Coronavirus, in primis – ed è doveroso pregare per chi ne soffre, è pure nostro dovere estendere nel mondo una forma positiva di contagio: quello dell’annuncio della Parola di Dio, per la sequela Christi e, in ultima istanza, la proposta di una vita santa. Pertanto (seconda frase): “Convertiti e credi al Vangelo”! Segui la strada di Cristo! Se non cammini dietro a Lui, non esitare a fare retromarcia e a cambiare rotta! E’ Lui il Signore! E’ Lui a guidare la barca della Chiesa tra le innumerevoli tempeste ed intemperie! Soltanto Lui è in grado di portarci al Cielo, nostro porto sospirato! Cristo non cancella ai suoi l’oscurità della notte, ma la fa loro attraversare, restando loro accanto.
Non lo ha fatto forse Lui stesso per primo? Non ha affrontato, Cristo, per primo, la notte più angosciosa, quella della propria passione e morte? Sulla croce, Cristo ha abbracciato realmente – e non idealmente – gli uomini e le donne di ogni angolo della terra e, dall’infimo degli inferi, li ha condotti alle sublimi e inaccessibili altezze di Dio! Cristo ha affrontato la propria notte; non da solo, però, ma sotto lo sguardo amoroso del Padre, nella grazia dello Spirito Santo. E dal Padre, per la potenza dello Spirito, è stato risuscitato! La luce sfolgorante del mattino di Pasqua ha cancellato, per sempre ogni forma di buio e di caligine! Ritorniamo – anche se ora, purtroppo, senza contatto fisico – alla gioia della relazione e dell’assiduo servizio: nei riguardi di Dio e dei fratelli! Riscopriamo, la bellezza di essere Chiesa! Ancor più dell’emergenza contingente del Coronavirus, è la Chiesa (fin dai suoi albori), a ricordarcelo: perché non rinunciare un poco a noi stessi, per far maggior spazio all’altro? Nessuno vive per se stesso! Questo essere tutti “in rete”, il sentirci intimamente connessi per il solo fatto d’appartenere al medesimo genere umano, non è una scoperta dei social media, ma una verità evangelica di cui è bene fare perenne memoria! L’appartenerci reciprocamente; il non poter (e voler) fare a meno gli uni degli altri, sta trasparendo, in forma paradossale, proprio da quella “nostalgia da contatto” di cui ci sentiamo privati, seppur momentaneamente e senza nostra colpa. Potrà essere questa Quaresima – rinvigorita da carità, preghiera e digiuno – un’autentica svolta, decisiva per ricercare più spesso il fratello e per prenderci più cura della sua carne (che è poi quella di Gesù Cristo)? L’impegno – e auspicio – dovrebbe essere, nella fede, quello d’affrontare ogni prova, insieme, con Cristo: un cuor solo ed un’anima sola! Amor (Christus) vincit omnia! Sia questa, tra gli allarmi di questo travagliato periodo, la nostra incrollabile certezza e la nostra più solida speranza!

Don Alessandro FRATI